ITALIANO


INTRODUZIONE

Seguendo il filo conduttore di questa esposizione interdisciplinare, in tema di letteratura italiana del ‘900, analizzo il libro di Leonardo Sciascia: “Il giorno della civetta”.

Il racconto tratta dell’azione della criminalità organizzata in Sicilia, delle sue collusioni con la politica e dell’omertà della popolazione,  prendendo spunto da un evento realmente accaduto a Sciacca nel 1947: l’omicidio di Accursio Miraglia, un sindacalista comunista ucciso per mano mafiosa, trasposto nel romanzo nel personaggio di Salvatore Colasberna.  La caratterizzazione del momento storico è importante, in quanto in quegli anni il governo, insieme ad una parte dell’opinione pubblica, non credeva nell’esistenza della mafia come organizzazione criminale strutturata.

IL LIBRO

La prima edizione venne anticipata sulla Rivista “Mondo Nuovo” del 9 ottobre 1960, accompagnata da una nota che sottolineava la verità dei temi trattati, denunciando una società che, negli organi politici e d’informazione, negava ancora l’esistenza della mafia.

“Il giorno della civetta”, il cui titolo è tratto dall’Enrico VI di Shakespeare, del quale un passo fa da epigrafe al romanzo: “… come la civetta quando di giorno compare”,  fu probabilmente il primo libro che svelò gli ingranaggi mafiosi e le modalità d’azione di quella organizzazione criminale.

Si tratta di un romanzo breve o, come diceva Sciascia, di un racconto lungo. Composto da diciassette parti non numerate, ”Il giorno della civetta” fu completato nel 1960 e pubblicato per la prima volta da Einaudi, nel 1961. La narrazione è ambientata nell’ immediato dopo guerra, in provincia di Siracusa e si svolge in un periodo di circa un anno. Il protagonista è il Capitano Bellodi (trasposizione letteraria del Maggiore, poi Generale dei Carabinieri di Agrigento, Renato Candida) che si confronta con il mafioso Don Mariano Arena.  Nello scritto Sciascia prende le parti del popolo siciliano che è da troppo tempo oppresso dalla mafia, denunciando con chiarezza i rapporti tra criminalità e politica. Da questo libro, nel 1968, il regista Damiano Damiani trasse il film omonimo, interpretato da Franco Nero e Claudia Cardinale.

L’AUTORE

Leonardo Sciascia nacque a Racalmuto in provincia di Agrigento nel 1921 e morì a Palermo nel 1989. Il padre e il nonno lavoravano nelle miniere di zolfo di Racalmuto.

In alcune sue opere il contesto delle zolfare è posto in relazione con i legami tra mafia e politica. Lo zolfo, in Sicilia, rappresentò il cambiamento da una società rurale ad una industriale, ma non riuscì mai a indurre un reale decollo economico. Le scarse quantità di zolfo estratte da minatori sfruttati, con tecnologie inadeguate, erano immesse sul mercato a prezzi troppo alti .

Leonardo Sciascia fu insegnante di scuola elementare a Caltanissetta dal 1949 al 1957 e a Palermo dal 1957 al 1968. Nello stesso periodo pubblicò romanzi, racconti, opere teatrali e saggi che, come egli stesso affermò, costituivano un’opera unica che voleva illustrare la tragedia del passato e del presente della sua terra. Leonardo Sciascia fu scrittore, saggista e politico italiano, collaboratore di quotidiani e riviste. Lavorò sin dal 1955 con il quotidiano palermitano L’Ora e collaborò in modo discontinuo col Corriere della Sera, dal 1969 al 1972. Da segnalare la posizione che assunse nei confronti del pool antimafia, con un articolo del 10 gennaio 1987.

In quello scritto Sciascia stigmatizzava il comportamento di alcuni magistrati palermitani del pool, definendoli “eroi della sesta”, i quali a suo avviso usavano la battaglia contro la criminalità siciliana per ottenere promozioni in magistratura. A causa di questo scritto Sciascia fu attaccato da molte personalità della cultura e della politica e venne isolato dalle maggiori forze politiche del tempo, ad eccezione di Radicali e Socialisti.

Gli anni che seguirono dimostrarono che alcuni “eroi della sesta” pagarono col sangue il personale e indiscutibile impegno antimafia (Falcone e Borsellino).

Sciascia prese parte attiva ai problemi politici e sociali e raggiunse alcuni successi in ambito regionale e nazionale, diventando deputato del parlamento italiano. Gran parte delle sue opere si collocano tra gli anni Trenta (crollo del regime fascista) e gli anni Quaranta. Oltre al “Giorno della civetta”, le sue opere più celebri sono: “Morte dell’Inquisitore”, “Gli Zii di Sicilia” e  “A Ciascuno il Suo”.

LA TRAMA

Presumibilmente ambientato alla metà degli anni 50, in un paese non meglio definito della Sicilia, il racconto inizia nella piazza di un paese, dove Salvatore Colasberna, socio di una piccola azienda, viene assassinato a colpi di lupara mentre sale sulla corriera per Palermo.

All’arrivo della forza pubblica i passeggeri si allontanano di nascosto senza farsi vedere, l’autobus resta vuoto e nessuno riconosce il morto.

L’autista e il bigliettaio riferiscono di non ricordare chi ci fosse sull’autobus al momento dell’omicidio. Il venditore di panelle che era presente al momento del delitto è scomparso. Un carabiniere lo trova all’ingresso della scuola elementare e lo accompagna dal maresciallo.  Come il personale di servizio dell’autobus, anche lui sostiene di non sapere nulla e di non essersi neppure accorto che fossero stati esplosi dei colpi d’arma da fuoco.

Dopo oltre due ore d’interrogatorio i carabinieri riescono a sapere che all’angolo tra via Cavour e piazza Garibaldi, tra le sei e le sei e trenta, è effettivamente accaduto qualcosa. Le indagini sono affidate al Capitano Bellodi, della locale compagnia dell’Arma.

Bellodi, originario di Parma, ex partigiano destinato alla carriera di avvocato, poi rimasto in servizio per un superiore senso di onore e giustizia, è deciso ad indagare senza arrendersi davanti al muro di omertà che si è creato. Nella sua indagine  scopre i rapporti che legano la criminalità mafiosa alla politica, nelle persone del ministro Mancuso e dell’onorevole Livigni . La vicenda si sposta quindi in un Caffè di Roma, dove un ricco possidente chiede ad un onorevole del suo partito di far trasferire Bellodi.

Il capitano intanto interroga Calogero Dibella detto Parrinieddu: un ambiguo confidente, dal quale ottiene una pista che si rivela falsa. In compenso apprende il nome di Santo Pizzuco, che si dimostra utile per le indagini. Il nome del presunto assassino, un certo Diego Marchica detto Zicchinetta, viene indicato a Bellodi dalla moglie di Paolo Nicolosi, un potatore scomparso e certamente ucciso per aver riconosciuto l’omicida.  Bellodi esamina il fascicolo investigativo su Marchica e apprende che si tratta di un noto sicario. Inoltre, nel corso delle sue ricerche rinviene una fotografia che ritrae il sospettato insieme a don Calogero Guicciardo e all’onorevole Livigni.  Bellodi usa una falsa deposizione per ottenere le confessioni di Diego Marchica e di Pizzuco, riuscendo così ad individuare in Don Mariano Arena, il reale mandante dell’omicidio.

Nel frattempo Parrineddu viene assassinato e Bellodi ottiene che Marchica, Pizzuco e il padrino don Mariano Arena siano fermati.

I giornali pubblicano le foto di Arena insieme al ministro Mancuso, suscitando un dibattito in Parlamento al quale partecipano anche due anonimi mafiosi e alcuni onorevoli. Nel corso del confronto parlamentare un sottosegretario arriva a dichiarare che la mafia esiste soltanto “nella fantasia dei socialcomunisti”.

Bellodi, che intanto era stato forzosamente  inviato in licenza a Parma, legge sui giornali speditigli da un amico brigadiere siciliano, che il castello probatorio contro Marchica è stato smantellato. Quest’ultimo adesso ha un alibi sostenuto da influenti personaggi politici e le presunte connessioni con la mafia lasciano il posto alla tesi di un delitto passionale.

Don Mariano viene quindi scarcerato. Bellodi legge queste notizie con grande rammarico ed esce di casa per calmare l’animo. Passeggiando per Parma incontra un vecchio compagno di scuola (Besciamelli) al quale racconta della sua esperienza in Sicilia. Sciascia fa pronunciare al dottor Brescianelli l’amara riflessione:  “Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia…”.

Terminata la serata Bellodi torna a casa tormentato dal pensiero che ancora una volta, in Sicilia, era stata negata e nascosta la verità dei fatti. Il racconto si conclude con un suo pensiero: “Al diavolo la Sicilia; al diavolo tutto”, subito dopo modificato nella determinazione di tornare a combattere con una precisa intenzione: “Mi ci romperò la testa”.

IL COMMENTO

Come ho già detto  “Il giorno della civetta” fu il libro che ebbe il merito di svelare per primo, le modalità d’azione della mafia e i rapporti di quella organizzazione criminale col potere politico italiano. I temi fondamentali trattati dalla narrazione sono tre: lo Stato, la Legge, la Mafia.

La narrazione si muove su due piani: quello dell’inchiesta che Bellodi conduce sui delitti di mafia e quello delle complicità di uomini politici importanti, strettamente legati alla mafia, che cercano in ogni modo di contrastare l’indagine di Bellodi. Il romanzo evidenzia la professionalità di chi conduce le indagini, ostacolata dall’omertà dei siciliani.

La storia si conclude con la vittoria della mafia che, attraverso alcuni politici, riesce a far scagionare i tre accusati;  dando l’esatta percezione di una catastrofe.

Dalla lettura del libro si comprende come in Sicilia la Mafia sia un fenomeno diffuso, passivamente subito. Si comprende anche come, almeno negli anni nei quali fu scritto il romanzo, la gente fosse ancora convinta che quella organizzazione fosse l’unica possibilità di sviluppo e di certezza per l’isola.

Nel libro Sciascia usa il rapporto fabula-intreccio in ordine cronologico, ma in alcune parte della vicenda sono presenti elementi come i flashback, ovvero la narrazione di eventi che sono accaduti nel passato.

Nel romanzo possono essere individuate cinque fasi:

  1. equilibrio iniziale
  2. azione complicante
  3. peripezie
  4. spannung
  5. stadio conclusivo

L’equilibrio iniziale è breve e corrisponde al momento antecedente l’uccisione, dove la mafia si trova in un stato di tranquillità perché nessuno l’ha ancora accusata.

L’elemento dell’azione complicante, che farà uscire allo scoperto la mafia, è l’uccisione di Colasberna. Infatti, dopo il delitto, le autorità iniziano a indagare.

Le peripezie sono gli eventi che porteranno Bellodi, attraverso gli interrogatori e le confessioni, ad avvicinarsi al mondo della mafia.

Il momento di massima tensione( lo spannung del racconto) è la confessione di Arena, che dichiara di essere il mandante del delitto, perché in questo momento la mafia è uscita allo scoperto e rischia di essere sconfitta dallo Stato.

Lo stadio conclusivo rivela una catastrofe: la vittoria della mafia che riesce a scagionare i due accusati e a sconfiggere il capitano Bellodi e il maresciallo Ferlisi.

Nell’esposizione, Sciascia usa il narratore interno ovvero è sempre uno dei protagonisti della vicenda che racconta il fatto attraverso la sua visione. In questo modo il lettore è informato solo degli eventi che conosce il personaggio, attraverso l’interpretazione soggettiva che questo ne fornisce.

Per caratterizzare i personaggi lo scrittore narra i fatti più indicativi della loro vita, passando poi ad un’analisi della personalità del soggetto, che non sempre è presente per tutti i personaggi del racconto.

Il capitano Bellodi è il protagonista del romanzo, un uomo che crede nei valori di una società democratica e moderna, contro l’immoralità e la corruzione della mafia. Sciascia se ne serve per  esporre le proprtore Colasberna.  La caratttà e all’organizzazione mafiosa dei suoi tempi.  Curiosamente nel libro non viene mai svelato il nome di battesimo del Capitano Bellodi.

Mi ha colpito il discorso che don Mariano Arena fa a Bellodi:

Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, chè mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, chè la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…”.

In analogia con le affermazioni di Arena, possiamo dividere i personaggi della storia in tre categorie principali: gli uomini, i mezzi uomini e i quaquaraquà. Ne “Il giorno della civetta” si ha una mescolanza di questi tre generi d’individui.

Il Capitano Bellodi è un uomo, perché possiede il desiderio di svolgere con coraggio il proprio lavoro, col fine di far comprendere la vera natura della Mafia e i rapporti che l’organizzazione intrattiene con la politica. Bellodi è un uomo determinato e che non ha paura di manifestare i propri sentimenti.

I così detti “mezzi uomini” sono coloro che possiamo identificare nella figura del confidente, come Parineddu.  Personaggio chiave della vicenda che, col suo intreccio di  verità e menzogne, mette Bellodi sulla giusta strada investigativa. Parineddu rappresenta i Siciliani che cercano di emergere dal fenomeno dell’omertà , collaborando con la giustizia anche se continuamente tormentati dalla paura del prezzo che potrebbero essere chiamati a pagare in conseguenza delle loro azioni.

Infine ci sono i quaquaraqua, cioè il sottobosco, gli individui che non rappresentano nemmeno la metà di quello che è un uomo, che vivono nell’ombra e accettano ogni ordine nella speranza di trarvi qualsiasi, seppur minimo, vantaggio personale.