
STORIA
1 INTRODUZIONE
Questa relazione riepiloga brevemente gli eventi storici che intercorrono tra la fine di Napoleone e l’Unità d’Italia, con lo scopo d’introdurre il tema del Brigantaggio meridionale e della nascita parallela della Mafia in Sicilia. I due fenomeni, come vedremo, sono entrambi collocabili al di fuori delle leggi dello stato, pur non essendo uno la conseguenza dell’altro.
1.1 Da Waterloo all’unità D’Italia
Dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo, sin dal 1815, sull’Europa si abbatte la Restaurazione, che dovunque significa repressione delle idee di uguaglianza, libertà e nazione.
Di fronte alla spartizione dell’Europa al tavolino (Congresso di Vienna), che non tiene in alcuna considerazione storia, cultura e tradizioni, nascono i moti rivoluzionari che vogliono ottenere le costituzioni, cancellare l’assolutismo e in seguito raggiungere l’indipendenza dalle nazioni straniere, realizzando l’unità nazionale di paesi accomunati da stessa lingua e cultura, anche se politicamente divisi. Questo concetto fu pensato per primo da Giuseppe Mazzini fondatore delle associazioni politiche insurrezionali “La giovine Italia” e “La giovine Europa”. L’anno decisivo per le sorti dei movimenti di liberazione fu il 1848.
Nel 1848, anche a causa anche di una crisi di sovrapproduzione, insorgono le grandi città europee. Dai movimenti del 1848 in Italia nacque il Risorgimento e la Prima guerra d’Indipendenza. Il 1848 è anche l’anno in cui viene pubblicato il Manifesto del partito comunista di Carl Marx.
Il compimento dell’opera dei primi patrioti italiani arriva con la Seconda guerra d’Indipendenza. In questo periodo agirono Camillo Benso Conte di Cavour (presidente del consiglio dei ministri del nuovo stato italiano), Vittorio Emanuele II di Savoia (ultimo re di Sardegna e primo re d’Italia) e Giuseppe Garibaldi (condottiero italiano ed eroe dei due mondi). L’Italia, aiutata dalla Francia, realizza l’Unità, con la sola eccezione del Veneto e di Roma. Al termine della spedizione dei mille Giuseppe Garibaldi, nell’incontro di Teano, consegna l’Italia a Vittorio Emanuele II.
Il 17 marzo 1861 si riunì a Torino il primo Parlamento d’Italia che estese a tutta la penisola lo Statuto albertino e la sua legge elettorale che concedeva il diritto di voto a tutti i maschi maggiorenni che sapevano leggere e scrivere, che detenevano un certo patrimonio e che fossero in grado di pagare in certa misura le tasse.
Restarono quindi esclusi dai diritti politici i contadini, perché analfabeti e gran parte degli abitanti delle città, perché, anche se sapevano leggere, difficilmente raggiungevano la quota patrimoniale richiesta. In definitiva solo il 7% della popolazione maschile adulta poteva esprimersi per indirizzare la nuova nazione. Questa ristretta fascia di popolazione, che era vicina alle idee di Cavour, divenne la Destra storica. Il neonato Parlamento respinse la richiesta dei Democratici di fondare uno stato federale su base regionale e fondò invece uno stato unitario.
2 BRIGANTAGGIO
2.1 Questione meridionale
L’antico sogno dei contadini meridionali era la riforma agraria, cioè la distribuzione delle terre a coloro che ne erano privi. Dopo la spedizione dei Mille il nuovo stato italiano aveva messo in vendita alcune terre demaniali (di proprietà dello stato) e altre che erano state tolte alla Chiesa. Nella maggior parte dei casi le terre erano finite in mano ai ricchi e ai latifondisti, i cosiddetti “galantuomini”, gli unici che avessero il denaro per acquistarle e per farle coltivare. Così la vendita dei terreni rinforzò i vecchi proprietari terrieri. Per giunta, poiché le terre dello stato erano state vendute ai privati, i contadini persero il diritto di andarvi a far legna e di portarvi le bestie al pascolo. L’irritazione delle popolazioni meridionali fu inasprita dall’ aggravarsi delle tasse (fra cui la tassa sul macinato che Garibaldi aveva abolito nel 1860) e soprattutto dall’imposizione del servizio di leva obbligatorio, che in Sicilia era una novità. L’allontanamento dei figli nel pieno vigore delle forze portava alle famiglie contadine un danno così grave che molti genitori preferivano far registrare i figli maschi come femmine per sottrarli al servizio di leva. Fra il 1861 ed il 1865 la disperazione dei contadini meridionali esplose nella violenza del Brigantaggio.
2.2 La nascita del brigantaggio
Il Brigantaggio ha origini remote: era già presente nell’antica Roma. Esso si sviluppò particolarmente in Puglia. Al 185 a.C. risalgono le prime operazioni contro i latrones (briganti). Le pene per i briganti erano la crocifissione, ma anche la condanna ad essere gettati in pasto ai leoni nei circhi. Col passare dei secoli il Brigantaggio non scomparve mai e fu presente in tutte le nazioni europee, a partire da Francia (Cartouche), Inghilterra (Robin Hood), Spagna e Germania. Nel corso dei secoli nessuna nazione è stata risparmiata dal Brigantaggio che è sempre sorto come preludio o come conseguenza di avvenimenti politici o sociali che modificavano lo stato precedente. In genere il fenomeno si sviluppa quando una società sta per rinnovarsi o è in corso di rinnovamento. L’attuazione del Brigantaggio può avvenire durante il passaggio da un vecchio a un nuovo regime, o come conseguenza diretta di una guerra di conquista.
Tra il 1861 e il 1865 la Destra storica dovette affrontare il diffondersi, nei territori dell’ex Regno Borbonico, nel meridione d’Italia, di questo fenomeno che divenne presto una sorta di guerra civile. Il Brigantaggio fu una questione complessa determinato da molti dei problemi del meridione che il governo si era rivelato incapace di affrontare.
In Italia il Brigantaggio ebbe maggior sviluppo nelle province del Mezzogiorno. Nel 1861 numerose bande occuparono la Calabria e la Basilicata. Diventavano briganti i comuni criminali ma anche molti giovani che non trovavano lavoro, quelli che volevano evitare il servizio militare e i poveracci che non avevano soldi per le tasse. Dopo l’unità si fecero briganti anche molti soldati borbonici rimasti fedeli all’ex-re Francesco II (Franceschiello). Questi, dal suo esilio in Roma, inviava ai ribelli armi e denaro e non di rado riconosceva ai loro capi il grado di generale nella vana speranza che riuscissero a sopraffare le forze dell’esercito italiano sperando così di riconquistare il trono. Nel 1862 molti paesi erano stati conquistati dai briganti e sventolavano la bandiera borbonica. Si calcola che, intorno al 1863, nell’Italia Meridionale ci fossero varie decina di migliaia di fuorilegge in attività.
Organizzati in bande, i briganti scendevano da inaccessibili rifugi montani e rubavano, saccheggiavano, ammazzavano, seminando il terrore. C’erano con loro anche delle donne che a volte prendevano parte ai combattimenti. A capo delle bande c’erano molti ex ergastolani, ma anche ufficiali dell’ex regno borbonico. I contadini, i preti e a volte anche le autorità locali, spesso li proteggevano, perché ai loro occhi il brigante era un alleato contro la prepotenza dei “signori” e dei “Piemontesi”, un vendicatore dei torti subiti, addirittura un eroe.
Nel meridione si avvertiva il peso della “Piemontizzazione”, ovvero dell’intento del Piemonte d’introdurre nuove leggi e stili di vita che i meridionali sentivano estranei e imposti con la forza. Il Marchese Carafa Pallavicino scriveva: “Questa è un’invasione, non un’unione, ne un’annessione. Questo è voler sfruttare la nostra terra come terra di conquista”. Per questi contadini non poteva esserci intesa con i Piemontesi, che parlavano una lingua incomprensibile, imponendo una mentalità diversa dalla loro. Ad esempio i Piemontesi erano ostili ai preti locali e imponevano la leva militare obbligatoria, che allontanava le braccia dalle campagne ed era sentita come un sopruso.
2.3 La risposta dello stato al Brigantaggio
Di Fronte a una rivolta così estesa alcuni politici proposero di abbandonare il meridione al proprio destino, ma altri si rifiutarono di farlo. In parte per una sorta di volontà civilizzatrice del sud, ma soprattutto per non vanificare l’eroica impresa dei mille di Garibaldi.
Il Regno d’Italia, che si era costituito da poco, non poteva tollerare la ribellione, ma non fece nemmeno il tentativo di eliminarne le cause sociali (la miseria, la fame, il bisogno di terra) e si limitò ad inviare contro i briganti l’esercito italiano e i carabinieri, sostenendo una lotta sanguinosa e lunghissima.
Il governo proclamò quindi lo stato d’assedio. I soldati Savoia bruciarono interi paesi e uccisero uomini, donne e bambini, fucilandoli in massa. Alla fine i morti che si contarono da entrambe le parti superarono il numero dei caduti di tutto il periodo del Risorgimento. Alcune stime valutano in 20.000 il numero dei briganti uccisi, ai quali devono essere aggiunti i preti e i vescovi esiliati e un gran numero di arresti di coloro che erano considerati complici (manutèngoli).
Il Brigantaggio fu stroncato, ma a prezzo di una lotta fratricida che durò cinque anni e che ancor oggi è ricordata, per la sua ferocia, nelle leggende contadine. La repressione dello stato comunque non risolse la “Questione meridionale”.
Il Presidente Giorgio Napolitano, ha ricordato, in occasione del 150° Anniversario dell’Unità d’Italia, che:
“fu debellato il brigantaggio nell’Italia meridionale, pagando la necessità di sconfiggere quel pericolo di reazione e di disgregazione nazionale col prezzo di una repressione talvolta feroce in risposta alla ferocia del brigantaggio e nel lungo periodo, col prezzo di una tendenziale estraneità e ostilità allo Stato, che si sarebbe ancor più radicata nel Mezzogiorno”.
3 MAFIA
3.1 Brigantaggio e Mafia, fenomeni diversi
Negli stessi anni in cui l’esercito soffocava il Brigantaggio, in Sicilia si rafforzava un’organizzazione criminale denominata Mafia, che si rivelò presto difficilissima da combattere.
Brigantaggio e Mafia non possono essere mescolati e confusi, anche se fra i due fenomeni ci sono diversi punti di contiguità. Il brigantaggio fu dettato dalla fame, dalla necessità di sottrarsi all’obbligo di leva istituito dal governo Sabaudo e può essere, almeno in parte, addebitato ai “piemontesi”, la stessa cosa non si può affermare per la Mafia. Tuttavia la Mafia fece un “salto di qualità” quando i piemontesi, impotenti a governare direttamente il territorio siciliano e incapaci di comprenderne i problemi, ritennero più semplice mettere a capo dei municipi personaggi ai quali era demandata per intero l’amministrazione, favorendo così il dilagare della corruzione, degli intrallazzi e della guerra tra bande criminali.
Oltre alla mafia esistevano altre organizzazioni di tipo mafioso: nel napoletano c’era la “Camorra” e in Calabria la “ ‘Ndrangheta”. Più tardi, in tempi molto più vicini ai nostri, sorse in Puglia la “Sacra corona unita”.
3.2 Mafia: caratteristica siciliana
E’ proprio dall’Unità d’Italia che comincia a crearsi l’intreccio fra Mafia e politica che nessun governo (o regime) ha mai saputo (o voluto) debellare. L’assenza di una classe dirigente valida e determinata, che sapesse comprendere e soddisfare le esigenze ed il malcontento del popolo, fece nascere una profonda sfiducia e diffidenza nei confronti dello Stato centrale che ancora oggi è facilmente percepibile.
Già dall’unità d’Italia la Mafia fu una caratteristica della società siciliana, un’organizzazione criminale particolare, accanto al Brigantaggio e alle varie forme di delinquenza comune. La sua origine in Sicilia non è casuale: lì vi erano condizioni di cultura che favorivano la propensione alla violenza, un esagerato senso dell’onore personale, una sfiducia totale nello stato.
3.3 Origini ed evoluzione della mafia
La Mafia nacque come modo di regolare i rapporti fra gruppi e famiglie, ma si sviluppò diventando un’organizzazione che difendeva i propri membri in nome della fedeltà alle amicizie, una fedeltà più forte anche dei vincoli di parentela. La figura del mafioso di quei tempi impersonò la figura dell’uomo di rispetto, sostenitore della giustizia, coraggioso e con un grande senso dell’onore. Questi uomini volevano essere rispettati e se offesi non ricorrevano mai alla giustizia statale bensì a quella privata, perché se così non fosse stato avrebbero dato prova di debolezza.
Il mafioso si inserì fra contadini e proprietari terrieri. Si sostituì al proprietario dalla terra, che risiedeva lontano, fino a soppiantarlo totalmente nell’esercizio dei suoi diritti. A volte lo ricattava, imponendogli come prezzo dei suoi servizi un’assoluta libertà d’azione nei confronti dei contadini. In compenso il mafioso, attraverso un’articolata rete gerarchica di personaggi difendeva il proprietario dalle rivendicazioni contadine e gli assicurava il lavoro di braccianti male remunerati.
I Gabellotti facevano coltivare i terreni da contadini e da braccianti che durante il lavoro erano controllati da guardie armate di fucile, i cosiddetti Campieri, che controllavano i campi. Ricorrendo a minacce, assassini, vendette spietate, Gabellotti e Campieri costringevano la massa dei contadini ad accettare salari da fame e durissime condizioni di lavoro. A chi era con loro i mafiosi garantivano protezione e sicurezza. La mafia divenne uno dei mezzi per il mantenimento dell’ordine e dell’equilibrio sociale, così che le autorità si dimostrarono indulgenti nei suoi confronti legittimandola agli occhi della popolazione. In questo modo si andò formando uno stretto legame tra potere mafioso e uomini politici che divenne una costante del panorama politico siciliano.
In caso di elezioni la mafia divenne un potente strumento di controllo perché, terrorizzando gli elettori, assicurava la vittoria del candidato scelto dai proprietari terrieri. Naturalmente la protezione ed i servizi della mafia non erano gratuiti. In cambio i mafiosi ricevevano denaro, favori da parte di amministratori locali o di politici corrotti, a volte perfino la protezione della polizia che faceva finta di non vedere.
Alcuni sostengono che la mafia non fosse nata come una pura e semplice organizzazione criminale, ma come mezzo per aiutare le persone ormai sfiduciate dalla giustizia. In realtà quest’associazione era ed è una vera e propria setta che esige dai nuovi “arrivati” prove di fedeltà e di devozione, nonché la consacrazione con uno speciale giuramento.
Il silenzio, ovvero l’omertà, caratterizza l’intero clima mafioso, dove paura e terrore prendono il sopravvento su giustizia e senso del dovere. Chi assiste a un delitto o più semplicemente a un sopruso, secondo la legge ha il dovere d’informare chi di competenza. Questo non avviene quasi mai proprio per il terrore che la Mafia ha indotto, ma soprattutto per l’aver fatto credere che non c’è miglior giustizia di quella fatta da sé stessi.
3.4 Emigrazione
La povertà del Mezzogiorno causò la massiccia emigrazione che si verificò dopo l’Unità d’Italia. Questa emigrazione si accentuò agli inizi del ‘900 a causa di una grave crisi agricola. Tantissimi contadini meridionali e in particolare siciliani emigrarono all’estero e soprattutto in America.
Lasciare la propria patria comportava l’inserimento in una realtà diversa; significava accettare i lavori più umili, i salari più modesti e il disprezzo di chi considerava lo straniero un concorrente sul mercato del lavoro. Gli emigranti quindi, trovavano difficili condizioni di vita nei paesi dove si trasferivano e non potevano contare su alcun sostegno da parte dello stato di origine. In questo modo ogni emigrante fu spesso costretto ad appoggiarsi ad organizzazioni di mutuo soccorso fra corregionali che spesso diventavano associazioni a delinquere.
Emigravano prevalentemente gli uomini (donne e bambini restavano in Italia) che si dedicavano ai lavori di tipo operaio e inviavano i propri guadagni nelle terre italiane d’origine, costituendo spesso l’unica risorsa economica per le proprie famiglie. Questo fenomeno è vissuto oggi, con le stesse caratteristiche, dalle popolazioni extracomunitarie che per motivi analoghi fuggono dai loro paesi con la speranza di una vita dignitosa (vedi tesina di geografia).
In questo modo la Mafia venne “esportata” negli Stati Uniti dove trovò terreno fertile e assunse ben presto caratteristiche gigantesche e il nome di “Cosa Nostra”. Il flusso migratorio verso i paesi americani fu interrotto dal Governo italiano in seguito allo scoppio della prima guerra mondiale perché servivano giovani per mandarli al fronte.
3.5 Dal Fascismo al dopo guerra
Durante il regime fascista la mafia siciliana fu sottoposta a dure misure repressive.
Verso la fine della seconda guerra mondiale, lo sbarco anglo-americano in Sicilia del 1943, fu preceduto dall’azione dei servizi segreti americani che fecero accordi con la mafia siciliana attraverso la mafia americana. Il boss mafioso Lucky Luciano e altri esponenti della malavita americana collaborarono attivamente allo sforzo bellico degli Stati Uniti, con l’intento di garantire gli alleati da attentati e disordini che potevano essere provocati da comunisti e sindacalisti siciliani che, caduto il fascismo, avevano cominciato a riorganizzarsi.
Al termine della guerra il Governo degli Stati Uniti riconobbe l’impunità a Lucky Luciano per “meriti speciali”, purché non tornasse mai più in USA.
Alla fine della campagna militare agli Alleati si presentò il problema dell’amministrazione dell’isola. Così molti mafiosi, grazie all’intervento di Lucky Luciano, riuscirono ad inserirsi nei posti chiave del governo siciliano. Nel primo dopoguerra la Sicilia era controllata dalla mafia che, approfittando della confusione e del vuoto di potere, aveva allargato la propria influenza. Per mantenere il controllo i sindaci mafiosi ordinarono l’assassinio dei sindacalisti più impegnati ed incaricarono il bandito Salvatore Giugliano di mitragliare i contadini che sfilavano per il primo maggio a Portella della Ginestra.
Portella della Ginestra è un avvenimento chiave della storia siciliana del secondo dopoguerra. Il 1° maggio del 1947, a poco più di tre anni dalla caduta del fascismo, nel giorno in cui si riprendeva a commemorare la Festa dei lavoratori, l’occasione si trasformò in un dramma. 11 contadini furono barbaramente uccisi dalla banda Giuliano, altri furono colpiti e scamparono alla strage. Portella della Ginestra può definirsi la prima strage di Stato, di gravità pari solo a quelle terroristiche degli anni della strategia della tensione o a quelle mafiose dell’inizio degli anni ‘90. In seguito all’uccisione di Salvatore Giuliano e all’avvelenamento in carcere di Salvatore Pisciotta (uomo di Giuliano) su questo episodio, come su molti altri della storia italiana, non fu mai fatta sufficiente chiarezza.
In questo periodo si registra una grande ripresa della mafia. La sua riorganizzazione ebbe un gran sostegno economico nei profitti ottenuti con il mercato nero e con altre attività illecite, tollerate dal governo militare anglo-americano. In questi anni, con lo scopo di gestire meglio il potere, le famiglie si riunirono ed affidarono il comando a una Cupola formata dai capi più temuti. La Cupola avrebbe dovuto garantire la collaborazione delle famiglie, ma in realtà non riuscì mai ad evitare i sanguinosi conflitti tra i diversi clan, le guerre di mafia.
Lucky Luciano si trasferì a Napoli e qui fece fare un “salto di qualità” alla Camorra, mettendola in contatto con Cosa nostra e trasformandola in un’organizzazione criminale internazionale.
3.6 Appalti edili e legami tra mafia e politica
Il periodo post-bellico offrì alla mafia l’opportunità di estendere i suoi interessi fino ad occuparsi dello spaccio di droga e del racket del commercio, sia nel mercato generale, che nell’industria e nell’edilizia.
Durante la ricostruzione del dopo guerra la Cupola decise di impadronirsi degli appalti edili. Per questo scopo mise in atto la strategia dell’avvicinamento. Individuavano un politico con buone possibilità di essere eletto e con regali, gentilezze e procurandogli (in un modo o nell’altro) molti voti, lo legavano indissolubilmente alle loro richieste. Il politico, quando otteneva la carica elettiva, non poteva più fare a meno di favorire le imprese mafiose nell’acquisizione degli appalti edili. In questo modo, nel 1959, il Piano regolatore di Palermo (il progetto che assegna la distribuzione del territorio tra abitazioni e aree verdi, nonché stabilisce le caratteristiche delle costruzioni in rapporto all’ambiente) subì ben 600 varianti consentendo la cementificazione indiscriminata e senza regole della città.
3.7 La nuova mafia
Sin dagli anni ’60 la Mafia divenne più spietata di quella tradizionale e cominciò a contendere alla mafia “storica” il controllo del territorio. Negli anni ‘70 la Mafia italiana, istruita da Cosa nostra, si specializzò nel commercio della droga. La stretta collaborazione tra USA e Sicilia, arricchì enormemente i mafiosi siciliani. Alla droga si aggiunsero altre attività e la nuova mafia “siculo-americana” iniziò a dominare ogni possibile affare illecito nei settori economici dell’agricoltura, dell’industria, dei servizi e della finanza.
3.7.1 Agricoltura
In questo settore la Mafia continuò ad esercitare il controllo che le era ormai abituale, consolidato da ormai oltre un secolo di esperienza.
3.7.2 Industria
In ambito industriale la Mafia ha creato vere e proprie raffinerie per trasformare l’oppio in eroina. La droga raffinata, insieme alle armi sono poi state commercializzate sul mercato internazionale.
3.7.3 Servizi
L’intervento della mafia nel terziario consiste nella richiesta di un pizzo per garantire la protezione del negoziante di turno. La promessa è sempre la stessa: “se paghi eviteremo che la delinquenza locale ti prenda di mira e magari ti bruci il negozio”. Il sistema funziona perfettamente dal momento che quelli che potrebbero bruciarti il negozio sono gli stessi che offrono protezione per impedire che succeda.
3.7.4 Finanza
In ambito finanziario la Mafia si occupa del riciclaggio del denaro sporco. Ovvero di quei capitali di provenienza illegale che non possono essere giustificati davanti allo stato. I metodi per riciclare sono numerosi e complicati. Un sistema consiste nell’aprire prestigiosi Casinò dove il denaro “sporco” viene fatto vincere da qualcuno d’accordo con la Mafia. In questo modo le cifre vinte, ad esempio alla roulette, diventano vincite di gioco e quindi pienamente giustificate.
3.8 La risposta dello stato alla Mafia
Dal 1945 al 1982 le tante cosche mafiose entrarono in guerra tra loro con azioni violente e contraddistinte da tanti delitti “trasversali”, punendo o eliminando intere famiglie. Molte furono le vittime anche tra coloro che tentarono di contrastare la Mafia. Lo stato si disinteressò per lungo tempo delle azioni mafiose, finché nel 1982, dopo l’assassinio del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, lo sdegno popolare portò il parlamento ad approvare la legge La Torre. Cioè una legge che Pio La Torre, deputato comunista, anche lui vittima della Mafia, aveva tentato inutilmente di far approvare anni prima. Questa legge introdusse per la prima volta il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, con la possibilità di sequestrare i beni della Mafia. Subito dopo a Palermo il giudice Antonino Caponnetto creò il Pool antimafia, cioè un gruppo di magistrati che si specializzò e si dedicò unicamente alle indagini sulle cosche mafiose.
Il Pool era formato da quattro magistrati, due dei quali erano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Alcune associazioni e gli studenti universitari di Palermo avviarono tantissime iniziative di denuncia contro la Mafia, questa stagione fu chiamata dai giornalisti: Primavera di Palermo. Purtroppo il sostegno dello stato a partire dal 1987 si affievolì e la Mafia torno a farsi sentire. Così iniziò una serie di attentati.Nel 1984 Giovanni Falcone riuscì ad indurre il boss mafioso Tommaso Buscetta, al quale altri mafiosi avevano ucciso il fratello, il cognato e due figli, a collaborare con la giustizia. Grazie alle rivelazioni di Buscetta dal 1986 al 1987 si tenne un maxi-processo contro la Mafia che sottopose a giudizio 456 imputati, dei quali 344 furono riconosciuti colpevoli e 19 furono condannati all’ergastolo (carcere a vita).
Nel 1992 fu ucciso Salvo Lima ex sindaco di Palermo, colpevole di non aver mantenuto alcuni impegni presi con la Mafia. Subito dopo furono uccisi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, negli attentati di Capaci e di Via d’Amelio. Totò Riina, mandante delle uccisioni di Falcone e Borsellino fu arrestato nel 1993, ma il suo successore, Bernardo Provenzano, proseguì con attentati contro la popolazione a Roma, Firenze e Milano.
Verso la metà degli anni ’90, le forze dell’Ordine, coordinate da Giancarlo Caselli eseguirono numerosi arresti. Nel 2006 fu arrestato anche Provenzano. Dal 2000 al 2004 finirono in carcere 1735 mafiosi, 380 di loro furono condannati all’ergastolo e beni per miliardi di euro furono confiscati.
3.9 Mafia freno allo sviluppo economico
La Mafia non è un fenomeno soltanto italiano, ma è diffusa in molte altre nazioni come Cina, Giappone, Russia ecc. Tuttavia la Mafia italiana ha avuto la triste caratteristica di permeare le istituzioni dello stato in troppe occasioni, diventando in questo modo un ostacolo allo sviluppo nazionale e in particolare del mezzogiorno d’Italia. Infatti, il danaro destinato allo sviluppo, frequentemente è finito in mano mafiosa, privando i cittadini italiani delle opportunità alle quali avevano diritto. Non solo, ma gli investitori stranieri, negli anni passati e in presenza di questo rischio, sono stati ben attenti a non investire i loro capitali in certe zone d’Italia, accrescendo in questo modo il danno economico provocato dalla Mafia.
